Elisa Anfuso
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Elisa Anfuso

Il cielo copre, la terra sostiene

Elisa Anfuso

Elogio alle eroiche resistenze ( Ogni scesa è caduta )

Elisa Anfuso

Wonderland is gone ( Meno male che Silvan c’è )

Elisa Anfuso

Like a Virgin

Elisa Anfuso

Estasi evacuità

Elisa Anfuso

Liberaci da tutti i rami

Elisa Anfuso

Io ti salverò

Elisa Anfuso

In camera caritatis

Elisa Anfuso

Autoritratto con bandierina a pois

Elisa Anfuso

Sleeping beauty

Elisa Anfuso

Il circolo delle solitudini

 

Elisa Anfuso

Sito Ufficiale: http://www.elisaanfuso.com/

Un viaggio onirico nelle opere della pittrice catanese.

Lei è un’artista. Racconta favole, dipinge realtà. Una cantastorie su tela. Quello che immediatamente accade di fronte alle opere di Elisa Anfuso è che ti accompagnano per mano, lentamente,  verso un mondo indefinito e intenso, fatto di simboli e favole. Ti trovi lì a respirare un non so ché di fantastico, fors’anche il mondo di una donna disincantata che si rifugia in pensieri da bambina, i quali si increspano su carta abitata da alti papaveri, piccoli dolci, capelli che si intrecciano, favole che si schiudono, uccellini che spiccano il volo, il tutto incorniciato su tela. Danno vita all’immaginazione di ognuno, risvegliano  déjà vu, domande, ispirazioni sopite.

Le favole di cui si nutre la nostra artista sono intrise tuttavia di realtà; una realtà che si riversa sulle sue tele, spazi bianchi su cui creare, e pur si pone davanti agli occhi di chi non l’ha ancora affrontata: “E così cappuccetto rosso ci parla di quanto la fiducia ci renda ciechi e ci impedisce di vedere anche le cose più evidenti. E Alice vive la tragedia del sentirsi sempre inadeguata, troppo grande, troppo piccola, mai della giusta misura. Inadeguata persino nel mondo da lei stessa creato. I pericoli peggiori sono proprio dentro di noi. E ancora Karen, la bambina di “scarpette rosse” di Andersen ci insegna che ciò che tanto desideriamo non sempre è poi ciò di cui abbiamo bisogno e che può renderci felici.

Gabbie, chiavi, sedie, piccole porticine chiuse dietro la realtà dove si mischiano linee e colori, oggetti e pensieri che scombinano i capelli e li intrecciano nel nome dall’arte. L’arte. Quell’arte che viaggia, veloce, su un doppio binario in un’atmosfera di colori vivi e caldi, dai toni del rosso a quelli del blu: la fantasia, ma anche la nuda realtà.

Lei è fatta di sogni, ma anche di carne. E di pensieri. Pensieri che con abili mani leste da pittrice si materializzano in forme, pose, colori. Dai suoi tubetti di colori ad olio si materializza ciò con cui lei si incontra e si scontra, tutto ciò che affascina e ciò che terrorizza.

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” diceva Shakespeare, e di questa sostanza Elisa è impastata. Ama la fotografia, il cinema francese, il pianoforte, le illustrazioni di Egneus, le poesie di Patty Smith, il teatro dell’assurdo e quello Noh giapponese, la pittura preraffaellita, Piero della Francesca, Mantegna, Hayez, Van Eyck. Tutti mondi in qualche modo accomunati da un certo elemento onirico, simbolista più o meno manifesto e da una sorta di congelamento del tempo che sposta la realtà in un piano differente e sembra lasciarla lì, sospesa.

Immaginate quattro mura vuote, bianche, fredde. Elisa pennello e pensieri in mano e la tela che prende vita al ritmo, di sogni favole e realtà. I suoi quadri si riversano dentro stanze che riempie d’oggetti e simboli. Le stanze sono esse stesse rifugio e prigione. Il tempo dell’infanzia, poiché l’infanzia non è solo un tempo, ma anche un luogo: il meraviglioso luogo del ricordo. Quel  posto che ti mette al riparo, come un tetto, durante una pioggia fredda e fitta di realtà, da tutto il resto ed un rifugio che può diventare anche prigione quando è l’alibi per non voler più uscir fuori. Perché si ha paura. Ci si lascia vincere dalla mancanza di coraggio, lì inerti e inermi.

La dimensione del ricordo si coglie viva e si carica di simboli: i fili rossi che rappresentano i legami, tutto ciò che ci tiene coi piedi per terra, in bene e in male. Gli uccellini, di contro, sono la parte di noi che può volare al di sopra di questa nostra natura umana, così vincolata a questo corpo. E gli alberi, il simbolo per eccellenza che più racchiude la nostra condizione: le radici a tenerci legati a terra, senza le quali non potremmo vivere  e i rami che tendono verso l’alto, desiderosi di raggiungere il cielo.

Poi i dolci, simbolo del nostro bisogno puramente umano e fisico di nutrimento ma rispondono anche ai nostri bisogni emotivi. Chi non s’è mai coccolato col cioccolato una volta ogni tanto? E ancora oggetti della nostra infanzia, sedie che raccontano di chi si ferma e si lascia vincere o, al contrario, scarpette rosse per chi sa di dover andar via.
Per lei l’arte è un’esigenza, scaturisce da un’urgenza, quella di comunicare. La sua arte è fatta di “frammenti di un racconto che può avere infiniti inizi e infinite conclusioni, che nemmeno io conosco” .

Urgenze ed esigenze, dunque. Quelle d’artista, che non si spiegano, ma che si colgono vive nelle opere e che hanno due protagonisti. Lei e l’arte. A noi non resta che osservare, forse con lo sguardo da adulti che sgranano gli occhi da bambini, quegli occhi che tutti, più o meno nascosti nell’animo, possediamo.

Chiara Barone